Personale

Caro Armando, Figlio Mio

27-11-20

Caro Figlio.
ti scrivo per dirti che ti penso tanto ora,
e che in questi mesi,
quasi tutte le sera, mettendoti a letto,
divento un po’ distratto,
ma forse te ne sarai accorto.
Ci sono in queste distrazioni tutti i miei pensieri,
quei tarli che mi trapanano la testa.
E che qualche volta, come in questo momento,
si trasformano in fantasmi che vorticano nella mia mente.

Ogni volta che ti metti nel letto, ti do qualche carezza e un bacio;
ma intanto penso sempre che dovrei chiederti scusa.

Sì, dovrei davvero chiederti scusa, per il fatto che sei mio figlio.
Non perché, almeno lo spero,
io non sia, dal punto di vista affettivo, un padre adeguato, o almeno lo spero.

Mi sembra, ma tu potrai smentirmi un giorno, di essere un papà amoroso,
che ti riempie di attenzioni nei momenti nostri e di infiniti gesti d’affetto.

Ma c’è questa cosa che mi tormenta: sei mio figlio.
E cioè: il figlio di un anonimo nessuno…

Perché le cose stanno così, e ne ho sempre più la conferma: nel nostro Paese,
se sei figlio di una persona, diciamo così, normale,
hai possibilità limitate, devi conquistarti tutto con le tue sole forze.
E non è scontato che tu possa davvero avere tutte le strade aperte.

Leggevo, ultimamente, del figlio di un ministro
che per un anno di lavoro, come libera uscita,
ha ricevuto una quantità di denaro
che io non guadagnerò mai in tutta la mia vita di lavoro.

Questo lavoro che, tra l’altro, spesso ci allontana;
e che in tutte le follie ponderate del mio essere sto lasciando,
per immettermi in un impresa di riuscire a crearmi una mia attività di mettermi in proprio,
con la speranza di poter migliorare il nostro vivere.
Di essere padrone delle mie azioni e di riuscire a soddisfare le esigenze informatiche del nostro territorio,
della nostra Realtà.

Ma ho paura di fallire…

Oggi è Venerdì, osservo il mio orologio fermo alle ore 12.20 e ti riscrivo che ti penso tanto…
Se va bene domani sarà Sabato e avrò il privilegio di stare con Te un po’ di più.
Nel farlo ripercorro la mia infanzia, ai tanti amici avuti e conosciuti ,
anche ai figli di persone cosiddette importanti, che sono titolari di lavori importanti,
e con compensi sempre molto soddisfacenti, loro sì, sono stati fortunati.
O forse, devo dirmelo, forse i loro genitori sono stati più bravi di me.

Quale sarà, invece, il tuo futuro?
Io non lo so, non lo so immaginare.
Spero che tu diventi un adulto preparato,
capace di affrontare la vita, forte in ogni senso;
spero che tu abbia la possibilità di essere quello che più vorrai.

Ma di una cosa sono certo: oltre a offrirti la possibilità di studiare, e oltre a darti il mio affetto, io non potrò darti mai nient’altro.

Non potrò aiutarti in nessun modo, non avrai nessun binario preferenziale.
Forse non potrò darti nemmeno una casa,
e se andrà bene forse potrò lasciarti qualcosa che ti possa almeno un po’ aiutare nei momenti in cui ancora ne avrai bisogno.

Valeva la pena, piccolo mio, essere mio figlio?
Non lo so, comincio a dubitarne…

Comincio a pensare di avere sbagliato tutto nella vita,
di non avere dato la giusta importanza alle cose a cui avrei dovuto darne.

“Non ho mai dato importanza al denaro”;
ma forse, anche per te, avrei invece dovuto farlo.

Non ho mai dato importanza alla carriera; invece, forse, sarebbe stato giusto, anche nei tuoi riguardi, fare di più, conquistarmi una posizione dalla quale poterti un po’ aiutare.

Ormai le cose stanno così, la casualità ha voluto che tu fossi mio figlio,
e che io sia stato così indifferente a certe cose.

Non posso ormai più farci niente;
Il passato non posso cambiarlo.

Ti chiedo Perdono e spero che potrai concedermelo,
Ti amo, di un amore paternale per quel bambino sensibile e affettuoso che sei e che in questi tuoi pochi anni di vita ho avuto la fortuna di conoscere.

Umilmente Papà,
Giovanni Rito Russo

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